La Poesia degli anni ’70 - Liberi tutti
La rubrica Voci in dialogo nasce come estensione dell’omonimo ciclo di incontri, organizzati da ChiareVoci Edizioni e Officine letterarie Poesia 33 che si tiene mensilmente a Lainate intorno a una tema dato; uno spazio di parola condivisa, aperto, attraversabile, in cui un tema comune diventa occasione di confronto. La rubrica accoglie alcuni degli interventi emersi in quei contesti: riflessioni, testi in prosa, appunti, poesie. Un coro imperfetto, in cui le voci non cercano di coincidere ma di confrontarsi. I testi qui presentati conservano il carattere orale di dialogo, sono tracce di un pensiero che nasce nell’incontro e continua, qui, a interrogare chi legge.
L'intervento di Adriano Max su Liberi tutti, la poesia degli anni 70
Non posso inventare nulla e non so restituirvi ricordi di un passato che non ho vissuto: negli anni ’70 ero un “quasi”, un bambino; probabilmente solo allora, un poeta.
Qualcuno l’ha suggerito: liberi tutti. Libero quindi questi pensieri scardinati e perdonate questa forse facile libertà, peraltro concessa.
Sono nato nel ‘69 a Tananarive in Madagascar, a più di 8000 km da qui, mentre gli uomini atterravano sulla Luna e il presente di quei luoghi non assomigliava affatto al questo di allora.
Gli anni ’70 sono, in prospettiva, anche un’idea locale.
Ho letto qualcosa su quel decennio, e banalizzo: la generazione dei “padri” non comprende le spinte esistenziali e individuali dei “figli”, che non desiderano più essere rappresentanti di un collettivo. I “padri” temono che i “figli”, stiano diventando autoreferenziali, e i “figli” temono che i “padri” non riescano a vedere la “realtà nuova”.
È un meccanismo in ultima analisi ciclico. In quegli anni una vera e propria deflagrazione viste le tensioni in gioco.
La poesia restò sospesa tra eredità e rottura, tra forma e corpo, tra Storia e ombra personale.
Cerco ora di riallineare, nella mia pochezza, il pensiero a ciò che ho colto in vari autori, tra cui anche i presenti si riconosceranno: l’invito alla gratitudine e alla responsabilità relazionale, a vivere non come monadi ma come nodi in una trama di interazioni che chiede restituzione e apertura. Vedo il ricorso di quei cicli generazionali insieme a nuove dinamiche, volte a ricomporne gli opposti: ogni estremo non è un finale, ma giunzione in uno stesso percorso, un’unica “Via”, per quanto composita, difficile.
Da parte mia, in questo intreccio, tento di trovare (ma il termine più corretto è sempre “inventare”) una sorta di “chiave meta-fisica” in grado di narrare una storia e contemporaneamente rivelarne la cornice, ovvero “l’inganno dei media” utilizzati per trasmetterla. Sembra che sempre più siano coloro che non credono alla verità dei linguaggi, alla verità che possono trasmettere, alla verità di ciò che è stato trasmesso. Anche questo è ciclico, ed è necessario fare qualche passo di lato, per provare a non cedere alla completa relativizzazione dell’Uomo, ingaggiato ora anche da pseudointelligenze cosiddette artificiali.
Termino questo breve contributo con un esempio illustre, prima di una mia breve poesia: Guido Ceronetti, nato negli anni ’20 e testimone anche nei ’70, regalando memoria fino al 2018, rifletteva spesso sullo scacco della parola. La lingua, a suo dire, è insufficiente: tenta di far emergere il profondo, producendo simboli e suoni che si frangono nella realtà e alla fine - aggiungo io - ne diventano parte, senza di fatto svelarla. Tuttavia spinge l’umano a cercare un senso, proprio quando tutto sembra negarne l’esistenza. Oggi spesso, sotto scacco, ci resta di recuperare nei falsi ricordi, passati e a volte futuri, l’invenzione di nuovi paesaggi: tutto è simbolo e analogia dice un altro poeta.
Se nel sottilissimo strato del presente stanno le poche cose che crediamo di conoscere, io le contemplo come il possibile sottoinsieme dell’impossibile.
/Al cosmo
La luce è anche oltre ad una questione di sensibilità:
/non è noto che lasci segni nella trasparenza
Immersi nelle acque al di sotto del mare essa scompare,
/assorbita e piegata
/dal nostro corpo
/che da lì si è esteso
E tutti i limiti umani – scrutando – intravedono
/quella diafana luminescenza dell'abisso
Il cui silenzio sordo
/mostra l'immagine di una assenza: morte di morte; vita
In questa misteriosa oscurità possiamo procedere
/per essere ciò che non siamo
/ma che fu divenire
Nuotando tra il qui e quella meta
/assumeremo la forma capace di accettarci
/come un possibile declinato
Finché, riemersi cadendo, i nostri frammenti galleggeranno sulla superficie delle lacrime che insieme abbiamo versato
Finché,
/riemersi cadendo,
i nostri frammenti galleggeranno
/sulla superficie delle lacrime
/che insieme abbiamo versato
/Per consegnare la semplicità compresa.

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