Angelo Airò Farulla – Otto domande sulla scrittura
Nell’attuale asfittico panorama culturale, in cui tutti scrivono libri e nessuno li legge, che ruolo ha lo scrittore? Quale scrittura ci può aiutare a uscire da tutta la sofferenza di questa stretta epocale?
Credo che lo scrittore non abbia oggi alcun ruolo sociale né culturale (tranne forse in rarissimi, ambigui casi che andrebbero comunque valutati attentamente) e che quindi nessuna scrittura possa riuscire a sprigionare una forza capace di modificare o di incidere sull’epoca presente o su quella a venire. Se lo facesse, sarebbe probabilmente una forza sprecata, male indirizzata. La questione è, in effetti, abbastanza semplice. Un lavoratore qualsiasi guadagna molto più di me, ovvero vale socialmente – e forse anche culturalmente – molto più di me. Questo può anche apparire ragionevole e giusto, consono al modello di società attualmente in vigore, perché un operaio e un imprenditore offrono dei servizi che soddisfano una serie di necessità fondamentali a livello materiale e vitale. Se ambissi ad avere uno status simile, come scrittore, dovrei prendere la maschera del giullare, dell’inventore seriale di storie, ed eseguire quello che il padrone desidera, o quello che comandano i suoi vassalli. Allora forse riuscirei ad avere un piccolo posto nella società. Il fatto è che si è compiuto uno dei più grandi sabotaggi culturali della storia dell’umanità, ed è stata spazzata via qualsiasi dimensione ulteriore della vita e della conoscenza. Rispetto a un certo livello, non ci sono quasi più accessi. È la fase attuale. Ma la barra la regge sempre l’Immanifesto, quel che non ha, non ha mai avuto e mai avrà manifestazione sensibile.
L’IA soppianterà la figura dello scrittore?
Da un certo punto di vista l’ha già fatto. Ben prima dell’invenzione e della diffusione degli attuali software di scrittura, la letteratura era già stata condotta verso un’alta convenzionalità di forme, tecniche e contenuti. Per lo meno dagli anni Ottanta del secolo scorso. Editori, agenti, editor e ghostwriter (con l’acquiescenza della gran parte degli scrittori e dei lettori) hanno soltanto anticipato l’avvento dell’IA applicata alla scrittura di romanzi e saggi.
Perché oggi vanno così di moda il genere noir e le varie narrazioni distopiche? Se sono lo specchio dei tempi che stiamo vivendo come possiamo “rivoltare” questa tendenza con nuove visioni?
Non saprei. Posso azzardare l’ipotesi che il successo di certe forme sia dovuto all’illusione consolatoria di poter risolvere il caos, di poter riportare la degenerazione nell’alveo dell’ordine legale. In casi come questi, distopia non è quasi mai sinonimo di apocalissi, ma di conservazione. Comunque sia, non credo che sia possibile “rivoltare” le tendenze. Si può soltanto aspettare che abbiano portato a compimento il loro corso. Questo non significa, però, che non possano esistere visioni parallele che non accomodino ogni cosa alla soluzione di un caso apparente, non corrotte dal patetismo della comunicazione, dalla tirannia del messaggio, dall’ipocrisia della solidarietà umana; ovvero scritture che sentano in maniera immediata l’esistere, la pressione di ciò che insiste interiormente sin dalla sede prenatale e che di qui a poco sfocerà nel rapimento del nulla; scritture che sappiano fare i conti con il non-umano, che non siano schiave della struttura, nelle quali la presenza dell’uomo si ponga a tu per tu con tutto ciò che non è umano, traendo da questa contemplazione, da questo confronto muto e implacato con l’alterità, la propria determinazione e il senso del destino, in ogni direzione esso debba condurre.
Cosa significa per te scrivere o leggere poesia? Ha ancora un senso oggi?
Se oggi abbia senso più di ieri o di domani, a livello sociale o storico, non è una questione che mi riguarda. L’oggi che mi compete è soltanto quello del tempo che mi è concesso su questa Terra, un presente totalmente privato e individuale, il tempo che io avverto come una parentesi drammaticamente aperta sull’abisso insondabile dell’eterno. Per il resto del tempo io non c’ero e non ci sarò. Se poi all’interno di questo mio tempo la poesia trovi il senso di esistere io semplicemente non so chiedermelo. Per quanto riguarda invece la prima parte della domanda, posso dire di non credere nell’esistenza del significato. Il significato delle cose, ma soprattutto dei segni e delle parole, in un certo qual modo non esiste. Se assimiliamo però il concetto di “significato” all’impatto che la scrittura ha o promette di avere sull’esistenza o sulla vita, posso dire che non c’è cosa che più mi mortifichi, ma che più mi faccia sentire nel giusto, quanto l’imbarazzo che provo nel non riuscire a dar conto del significato di alcuni passi che ho scritto. Per usare le parole di Ceronetti, nella mia opera quasi sempre il lemma prevale sul significato. Forse è per questo. In particolar modo, rispetto al romanzo o alle forme narrative, nelle quali mi sento come costretto da una cieca mania di distruzione, nella poesia è come se fosse appena avvenuto un certo processo di annientamento dell’unità e della coesione del senso, e forse mi accorgo proprio ora, mentre sto rispondendo a questa domanda, che il tempo della mia poesia sta tra il passato prossimo e il futuro anteriore: la poesia è per me un qualcosa che si pone nell’imminenza della fine, tra il non più e il non ancora; o forse nell’attimo stesso della morte, in un suo simulacro fluttuante e ripetibile, in quel momento in cui si dice che le immagini della vita passino tutte insieme davanti agli occhi. In generale, poi, la mia opera non ha punti di organizzazione, e probabilmente io sono incapace di parlare realmente di qualcosa. Tendo al caos, al disordine e alla dispersione, perché sostanzialmente non credo in niente, ed è forse questo il mio problema con la società, contro la quale sono anche incapace di orientare una qualsiasi protesta: per me sta tutto sullo stesso piano, non esistono valori, temi, orientamenti credibili. La trascendenza è un’altra cosa. L’essenza è di un’altra natura, oppure è nella natura così come ci appare, ma non appartiene a nessuna interpretazione. L’essenza non appartiene a nessun punto di vista, a nessun discorso organizzato. Forse è da qui che nasce in me la possibilità di scrivere. Ed è anche per questo motivo che credo sia inutile andare a cercare una corrispondenza tra ciò che sto dicendo e la mia opera. Per me, andare avanti significa aprire per lasciare aperto, tagliare per non ricucire, spesso sfregiare e offendere senza darlo troppo a vedere, anche vigliaccamente, e poi strisciare fino a un punto cieco e stare lì, a sottolinearlo. Probabilmente sono solo fatti miei. In realtà, non so che cosa sia la mia opera né che valore abbia.
Chi è per te il poeta nelle nostre società ipertecniche e digitali?
Non lo so.
Perché la poesia è poco letta? Esiste da sempre, la si tramanda nelle scuole di ogni ordine e grado, ma è quasi sempre snobbata. Cosa dovrebbe essere o diventare la poesia per fare presa su un giovane, e più in generale sulla gente?
Penso a volte che l’idea della lettura sia sopravvalutata (così come quella dell’insegnamento). La lettura come attività borghese volta all’accrescimento della propria cultura personale, alla produzione di opinioni, all’orientamento del gusto e del pensiero. Mi sembra di ricordare che il Marchese de Sade ammettesse di aver scritto molto di più di quanto non avesse letto. Credo che nell’accusa generica di “non leggere” ci sia qualcosa di parziale e viziato, di moralistico. È un dato che immagino desunto dagli andamenti del mercato. Per il resto, dico che un poeta – ma vale per gli artisti in generale – non dovrebbe fare nulla per andare incontro alla gente, e soprattutto per andare incontro ai giovani. Che siano loro, come prima di loro hanno fatto i poeti o gli artisti, a rischiare la vita, arrampicandosi sulle vette per provare a cogliere l’edelweiss. Se c’è e se la trovano, ovviamente; se ancora non è estinta, se ancora non ha sparso tutta la sua essenza “ai deserti del cielo”. Nel dire questo sto pensando a quanto lettori e pubblico non facciano mai parte del mio lavoro. Semplicemente, non sono presenti nel momento in cui scrivo. È un punto limite, paradossale, lo so benissimo, ma è la realtà. Ed è anche il presupposto di ogni “vera” scrittura, a mio avviso: un atto che si compie nel chiuso di una stanza o di un cuore, ovvero su un palcoscenico al quale sia stata murata la quarta parete. I problemi nascono dal fatto che quasi mai si ha il coraggio di innalzare davvero questa parete, di stendere bene la malta in ogni anfratto per evitare rotture, di far scendere il sipario tagliafuoco fino in fondo. Resta sempre una fessura più o meno grande attraverso la quale l’espressione personale e le fole del mondo si danno appuntamento come amanti clandestini.
Perché i poeti non hanno il giusto riconoscimento e sono visti come perditempo, sognatori, figure inutili, disadattati… È solo una questione di mercato o è anche un fatto culturale?
Forse è soltanto una questione di tempo. A differenza di quel che ha fatto in maniera impietosa e indecente il romanzo negli ultimi decenni (per non parlare della cosiddetta saggistica), la poesia sembra non essersi ancora accordata del tutto alle logiche correnti. Per questo in certi casi esiste ancora un disallineamento, almeno apparente. Eppure, sotto sotto, credo che abbia già cominciato a farlo da tempo, nonostante quel che se ne dice. Ormai non siamo lontani dalla perdita totale del senso dell’alterità e dell’aristocrazia della vocazione. Come scrivevo nel mio primo libro, al punto in cui siamo non è più possibile distinguere «gallina da gallina».
Che impatto avrà l’IA sulla scrittura poetica? La poesia resterà “umana”?
Se le arti si ostineranno a voler restare umane, a cercare a tutti i costi di difendere l’umanità del creatore, perderanno la partita. Voglio ricordare che la creazione, in senso simbolico e superiore, ovvero in senso fondamentale (sia teologico che scientifico), non è opera umana. E quindi che in ogni opera d’arte che possa dirsi tale, anche soltanto a livello d’impressione illusoria, di puro riflesso sentimentale, quello che vale è innanzitutto il sospetto, trasmesso da una certa qualità della forma, che l’artista sia stato toccato da un qualcosa di alieno e disumano, che in quell’opera abbia assunto figura artistica una forza, un’entità, un indizio di esistenza proveniente da un’altra dimensione, da un livello extraumano. Per il resto, le macchine attuali sono capaci di generare soltanto prodotti grotteschi e stereotipati che però, come dicevo prima, si confondono naturalmente con altre produzioni umane dello stesso tipo. Ma probabilmente questa è solo la fase iniziale. La tecnica farà il suo corso come ha sempre fatto e invaderà ogni campo, dalla morale alla letteratura. Su questo c’è da mettersi l’anima in pace.
Angelo Airò Farulla è scrittore, poeta e traduttore. Tra le sue ultime pubblicazioni: “L’aldilà del mare”, poema (Fallone 2023), “Tagliente esilio. Vita segreta di Gonni” (dei Merangoli 2023), “Contro la morte. Medium e spiritiste italiane tra Ottocento e Novecento” (Yume 2024), “Sacre Specie Animali”, romanzo (Nulla die 2025). La sua ultima raccolta poetica è "Canti non identificati" (ChiareVoci Edizioni)

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