Paesaggi elementari di Claudia Olivero


Dalla prefazione di Michela Silla


Paesaggi elementari di Claudia Olivero si articola in diverse sezioni: ElementiSpazi, Paesaggi elementari, Assolo, Corpi, Paesaggi umani, Voci (Il rapimento). L'opera accoglie una riflessione che prende avvio dal corpo, inteso non come entità astratta o simbolica, ma come luogo di esperienza concreta. L'attenzione insiste in particolare sulle sue manifestazioni meno evidenti, marginali e quotidiane, che non producono clamore e restano talvolta invisibili. Il corpo ha i suoi confini e tuttavia rappresenta anche una soglia, vale a dire uno spazio di trasformazione e un ponte verso l'alterità. La natura non viene intesa come uno scenario descrittivo: è piuttosto il paesaggio nel quale si sviluppa e si tenta di affrontare la crisi dell'umano. In tale quadro si inserisce il tema della maternità, che implica perdita e poi ridefinizione; e altresì sottrazione, come accade nella lirica Maternità negata, che mette a fuoco lo sradicamento e il vuoto.


Il corpo viene esposto, attraversato e compresso, svelato nei suoi arresti e nelle sue deviazioni. I vocaboli riguardanti il suo campo semantico sono una costellazione di parti anatomiche e di percezioni fisiche; solo per citarne alcuni: labbra, denti, trachea, carne, petto, guancia, palmi, mani, ginocchia, piedi, testa, pancia. Restando sul lessico, ricorrono inoltre qualità percettive come il freddo, l'umido, il granuloso, il diafano, il solido; movimenti e trasformazioni come il turbinare, lo sfaldarsi, il gocciolare, lo stagnare, il fiorire. Compaiono infine superfici e rivestimenti – scatole, pareti, muri, angoli, involucri d'aria – e fenomeni di luce e di ombra: il neon che traballa, la luce che acceca, le ombre che si moltiplicano, il bianco che invade. La materia linguistica è tattile e concreta; non allude, ma nomina con precisione per rendere più nitida l'esperienza.


Nell'ultima sezione, Voci (Il rapimento), che coincide con un evidente innalzamento di tono, il dolore è corale, eppure non produce armonia; al contrario, crea dissonanza. La voce di Demetra è attraversata dal freddo – gelo, congela, ghiaccio, non si sciolgono –, quella di Ade è infuocata (“la mia voce è di fuoco”). Il tempo è ineluttabile e opprimente: “ché il suo tempo non è il suo tempo / non è il tuo luogo, il suo luogo”; ed è cristallizzato e ossessionante: “c'è un tempo che passa e ritorna da oltre trent'anni”; “Un tempo che non smette di esistere”; “ovunque esiste / per sempre”. La voce di Arione “dal colore di notte” introduce un'altra tonalità. Qui vince la spinta a non arrendersi, il movimento, l'inseguimento. Arione infatti percorre il mondo, lo annusa, sempre alla ricerca di Kore: “Troverò la tua voce / ovunque lei taccia, ovunque / lei gema il mio nome”. Quando prendono parola le Empuse, la perdita di Demetra diviene squilibrio cosmico: “Come può / una madre ancora chiamarsi / madre, se le manca il frutto / del suo ventre?”. Demetra non è più in grado di donare. Smette di essere dea, lasciando arida la terra: “ha deciso di non donare più / frutti alla Terra”; “Così non può / non vuole Demetra essere / chiamata dea, poiché le sue mani / non donano più nulla”. Il mito non consola, non ricompone. Tuttavia può suggerire una postura da assumere: rimanere dentro la ferita...

IX


È difficile orientarsi

nei dintorni del nulla, camminando

non ripetere infinite volte lo stesso errore:

credere che il passo

meriti il dolore della caviglia

distorta. Scale 

che non portano da nessuna parte

è difficile orientarsi

tra salite attorcigliate

che nascondono la cima.

Nei dintorni il nulla sfuma 

come nuvola bianca:

era una forma fino a poco fa,

ma scompare, inafferrabile

– l'esitazione



X


La vita graffia i piedi – è asfalto secco

è assenza di spazio e tempo

toglie il respiro più grande:

poiché col corpo ho generato

ora l'anima mi si rivolge sterile –

grido quindi, in sordina.


Comprendo dell'asfalto i fiati notturni

la nebbia bassa e il suo peso 

come una pelle che mi è faticosamente addosso,

il buio, che si annacqua al mattino.


Quel catino lasciato in terrazza 

l'ho trovato denso di fumo: si era congelata 

la notte, lì dentro ho trovato rifugio:

Perché il mio corpo è divenuto miope e non riesce più a percepire il lontano.

Perché il mio corpo è diventato estraneo, lo devo estrarre dal suo involucro.

Perché il mio corpo ha perso i sensi, ma più di tutti

la vista.



XI


Sentirsi addosso il passo

greve dell'edera

e non provare più la pietà

nel sapere i vostri morti bambini.


Poi solcare il silenzio, il frusciare 

nero del corvo – versare un ultimo sguardo

al freddo, rifugiarsi ai bordi 

di altre storie, pensare la poesia – 

l'eternità. Decidere 

di non restituirsi al mondo.


Cavoretto, interno cimitero



XII


Posso

portarti in un posto a vedere le stelle di giorno – in un posto

dove i pesci hanno la stessa consistenza

della carta e l'acqua è fredda d'inverno.

Il laghetto artificiale è gelato,

le folle, cumuli di ghiaccio bianco sporco.

Puoi sentire il sole anche oggi. Sapere

che siamo forti anche quando siamo deboli – 

che forse soltanto per questo siamo forti.



Claudia Olivero vive a Torino. Nella sua scrittura il corpo, come un paesaggio, diventa territorio da attraversare e mappare, confine poroso tra interno ed esterno, tra elemento e spirito. Ha pubblicato Quando mi chino al ricordo (Gaele, 2026), Ma tu, tu sei la pianta (RP, 2021) e Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali (Bré, 2020). Collabora con il lit-blog Finestre e realizza progetti in cui la poesia dialoga con altre arti, tra illustrazione, yoga e voce. Come autrice ha preso parte agli Incontri di Bienne, in Svizzera, e ai Festival di poesia Fiumi di Poesia di Torino e Terra di mare di Grosseto.



Paesaggi elementari di Claudia Olivero

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