Per una poetica del ritorno
(Gustave Doré Il ritorno del figliol prodigo)
Il ritorno (nóstos in greco) è uno dei temi fondamentali della letteratura. Esso è inteso non solo come viaggio di ritorno a casa, un tornare indietro verso luoghi geografici del passato, ma anche come rientro in sé, al proprio centro interiore, movimento di conoscenza e di trasformazione.
Molti poeti hanno cantato il ritorno, a partire da Omero, nella nostra cultura. Come topos è presente in quella greca e in quella biblica. Nel Libro dell’Esodo si parla della fuga degli ebrei dall’Egitto e del ritorno verso la Terra promessa. Nel Nuovo Testamento del figliol prodigo che torna a casa pentito. Nella nostra letteratura è presente in Virgilio nell'Eneide e in Dante nella Commedia, come viaggio di iniziazione. Lo si ritrova infine in molti autori moderni e contemporanei, dal Foscolo (A Zacinto) a Pavese (I mari del Sud, La luna e i falò) in vari modi, come svelamento, nostalgia, disincanto, come ritorno a una condizione di vita più autentica o a un luogo di approdo (Il Porto Sepolto, La Terra Promessa, ma in generale tutta l’opera di Ungaretti).
Dunque, è un viaggio, quello del ritorno, che ha sempre affascinato molto. Forse perché ognuno di noi ne compie diversi nella propria vita. A volte si torna a casa fisicamente, dopo essere stati per un lungo periodo fuori, altre si torna con un movimento interiore, alla scoperta di sé, nei propri ricordi, nella memoria. Non è raro che il ritorno diventi anche una ricerca spirituale, oltre che di senso, un cammino poetico personale. Si torna per ricordare cosa un giorno ci ha spinto altrove, quali meccanismi abbiamo messo in atto, quali difese, quali fughe o scelte consapevoli ci hanno indotto a voltare pagina. In ogni caso il motivo è sempre da ricercare dentro di sé, per fare ordine, per ritrovarsi.
Nel bel libro di Marco Guzzi L’Insurrezione dell’umanità nascente(1) sono analizzati i presupposti poetici e spirituali di questo moto che è innanzitutto un processo interiore: il rovesciamento da un Io centrato su se stesso a un Io che si scopre in relazione con la Fonte del proprio essere. Vengono presi in esame alcuni di quei poeti che per primi avvertirono la fine della modernità e l’inizio di una nuova era: tra gli altri, Hölderlin, Rimbaud, Rilke, Campana, Trakl, Celan, Char. Scrive Guzzi nella prefazione: “Il tempo è compiuto: così inizia la predicazione di Cristo duemila anni fa. Già allora dunque l’Io-Mondo ego-centrato era finito, ma ora questa fine si sta manifestando con un’evidenza quotidiana davvero allarmante e ultimativa. […] È tempo di tornare a contestare radicalmente questo mondo, ma solo per creare le prime fioriture del nuovo”.
La scrittura di questi poeti fu il tentativo di mettere ordine in un mondo già allora non più sostenibile, attraverso la nascita di una nuova parola, verso spazi inesplorati dell’anima e nuove configurazioni dell’essere. Furono per lo più tentativi disperati, finiti in catastrofe, se pensiamo alla tragedia del secolo scorso a livello storico, con le guerre e i totalitarismi, la bomba atomica sganciata su due città, e alla fine drammatica di alcuni di questi poeti a livello personale.
La poetica del ritorno, qui inteso come ritorno alla propria origine, inaugura un nuovo modo di essere uomini e donne, attraverso l’elaborazione di un linguaggio mai ascoltato prima. Ne avevano già intuito le potenzialità poeti come Novalis o Hölderlin, quest’ultimo affermando che il "Giorno sorge nella parola che lo annuncia". Questa linea poetica porta con sé l’urgenza di un rinnovamento interiore e spirituale, un ricominciamento, il passaggio da una vecchia struttura d’essere a una nuova identità, tramite un percorso iniziatico in grado di condurre l’essere umano verso forme di pace e di armonia ancora inesplorate.
Ci si riferisce quindi a uno stato dell’essere ancora sconosciuto, a una modalità relazionale più empatica, a un ritorno alla fonte dell’Essere, affidandosi a qualcosa che ci trascende, che non consapevole e attento al Tutto in cui siamo immersi, attraverso una ricerca di senso che inizia sempre da sè stessi, in modo individuale, per allargarsi agli altri, e insieme agli altri per creare il bene comune, atto civile e politico supremo.
E’ un fatto personale e collettivo. Ma il punto di partenza, l’inizio, è sempre il singolo che parte da se stesso e che con gli altri si ritrova, riconoscendosi come “una docile fibra dell’universo”, in un principio di vita supremo, che ci guidi. Non ci può essere salvezza da soli, fuori da se stessi, fuori dalla vita, da quel punto di congiunzione tra una parola misteriosa che si dona poeticamente e la nostra coscienza che si fa ascolto. Dobbiamo imparare a farci madri di noi stessi, di questa terra e di questo tempo, se vogliamo partorire un nuovo giorno, un luogo e un tempo nascente.
La poesia del ritorno mira a questa congiunzione tra l’umano e il suo principio, tra l’uomo e la terra, una coniugazione spirituale più che religiosa. Bonhoeffer, quasi un secolo fa, diceva: “Stiamo andando incontro a un tempo completamente non-religioso; gli uomini, così come ormai sono, semplicemente non possono più essere religiosi”(2). E si chiedeva come parlare di Dio senza religione. E concludeva: “Cristo non è più oggetto della religione, ma qualcosa di totalmente diverso, veramente il Signore del mondo”.
E’ allora giunto il tempo di scegliere se continuare in un modo del tutto autoreferenziale, ciascuno con il proprio bagaglio “fai-da-te”, o se affidarci a qualcosa di più grande, un mistero di cui non sappiamo niente, ma con il quale possiamo imparare a dialogare, partendo da un ascolto meditato, coltivato ogni giorno. E in questo silenzio cogliere nuove parole, che non sono mai nostre.
Questo è l’atto poetico per eccellenza. Atto spirituale per natura, che si fa carne qui, ora, nella vita di ogni giorno e di chiunque, attraverso l’esperienza quotidiana.
E da qui, da questo nuovo inizio, cominciare a pensare a una pace terrena, non più in termini astratti, ma raggiungibile da ognuno e dal mondo insieme. La pace inizia dal proprio respiro. Non c’è altra via. E’ attraverso la condivisione del mio respiro che si quieta, insieme al respiro dell’altro, che si costruisce la vera pace. La poetica del ritorno s’ispira proprio a questo personale respiro, che maturando in un ascolto primigenio di quel Principio che ci abita, si fa dire poetico.
E’ un compito che oggi riguarda tutti, non solo i poeti che ancora credono al senso di un verso. E questo è, e sarà sempre più, il compito della poesia a venire, certo lontana da un certo estetismo. La poesia del ritorno, intesa come trasformazione personale ed esperienza di una nuova modalità di vivere, si riferisce alla nascita di una nuova configurazione dell’io e alla sua parola nuova, di cui il mondo oggi è assetato. E l’uomo che si trasforma e rinasce parla di conseguenza un linguaggio poetico diverso. Questa è la grande responsabilità che si può ancora attribuire alla poesia. Allora, con questa intenzione possiamo annunciare con Odysseas Elytis, premio Nobel per la Letteratura nel 1979: “La prima verità è la morte. Non ci resta che scoprire quale sia l’ultima. (…) Ecco perché scrivo. Perché la poesia comincia là dove la Morte non ha l’ultima parola.”
Gianni Fabiano
1 Marco Guzzi, L’Insurrezione dell’umanità nascente, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 2015.
sappiamo ancora definire, se non come Mistero. Da qui la necessità di un ascolto più
2 D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Mi), 1988.
Gianni Fabiano è nato a Genova, dove vive. Da molti anni è impegnato in un percorso di liberazione interiore con il movimento culturale Darsi Pace per un’umanità più relazionale e nonviolenta. Da questa esperienza ha tratto ispirazione per la sua ricerca poetica. Ha ricevuto diversi riconoscimenti in ambito letterario, tra cui il Premio Città di Mestre e il Premio Città di Castello. In continuità con la recente pubblicazione Un lungo andare cercando (La Ruota Edizioni). La sua ultima raccolta “Se non è chiedere troppo” postfazione di Carlo Penati (ChiareVoci edizioni) si è aggiudicata il Premio ChiareVoci 2025.
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