La poesia come esperienza iniziatica
Stessa sorte di catastrofe personale (e questo è un fatto emblematico) subirono alcuni poeti successivi (pensiamo a Campana qui da noi) che, invasati dalle potenze inconsce, entrarono dentro un processo iniziatico selvaggio, spesso senza nemmeno saperlo, senza una guida che li aiutasse a incanalare quelle energie. L’esperienza che vissero questi poeti testimonia l’emergere di una nuova tendenza poetica che, come diceva Paul Celan, stava nascendo “balbettando”, ma che era già profezia incarnata di un passaggio di umanità che oggi interessa tutti.
Cercare di “cambiare sguardo” è stata la prerogativa di questi poeti. Andare giù, scendere in profondità, negli inferi che ci abitano. Portare lo sguardo dentro, in fero. Questo aveva fatto Rimbaud nella sua Saison: scendere nella notte dell’inferno, trovarvi un abisso popolato da Demoni e Furie, non riuscire a gestirlo da solo, ritrarsi con orrore, invocando “libertà nella salvezza”
(Cattivo sangue)1, e infine abbandonando tutto, a soli vent’anni, fuggendo via.
Anche Dylan Thomas raggiunse alte vette sul piano creativo, ma poi restò come folgorato lassù, e senza presa a terra, nella sua vita privata si fece solo del male. “Più mi avvicino alla morte, / Uomo solo attraverso le sue chiglie spaccate, / Tanto più forte fiorisce il sole / E il mare esulta, zannuto e rovinoso; / E ogni ondata del percorso, ed ogni / Maestrale domato, ecco che il mondo intero / Con fede più trionfante / Di quanto sia accaduto da quando il mondo fu detto / Intesse il suo mattino di lode” (Poesia sul suo compleanno)2. Versi così potenti che non seppe integrare nella sua vita di tutti i giorni, morendo alcolizzato a soli 39 anni.
Come non seppe integrarli Georg Trakl che intravide il tramonto dell’Occidente, senza riuscire a cogliere una via di salvezza almeno per sé. “Violento impaura /orrido rosso serale / fra tempestosa nuvolaglia. / Voi popoli morenti!”3In questa “sera” Trakl intravedeva non solo l’Occidente, ma la fine di una civiltà. Pose fine alla sua vita a soli ventisette anni, proprio nel fatidico 1914, in cui tutto l’Occidente scese negli inferi.
Sulla stessa linea anche Paul Celan, che raccolse il testimone da Hölderlin e da Rilke, per una poetica nuova, a testimonianza dell’orrore della storia, attraverso un profondo silenzio e il dialogo con un “tu” sconosciuto che la fa esistere. “Venne, venne, / Venne una parola, venne, / venne attraverso la notte / voleva far luce, voleva far luce. // Cenere. / Cenere, cenere. / Notte. / Notte e notte – Va’ / all’occhio, umido occhio” (Stretto)4. Rilke aveva espresso il rischio verso cui la poesia spinge. Fatale fu anche per Celan che non seppe uscire dalla stretta dei tempi, se non gettandosi nella Senna nel 1970.
Si potrebbe andare avanti, tanti furono i poeti di questa “tradizione” che tentarono un dire diverso, cercando una luce nell’abisso, ma che poi misero fine alle loro vite in modo drammatico, o finirono
pazzi. Forse solo Emily Dickinson seppe uscire dal mondo “in punta di piedi”, in modo consapevole, e mettersi in ascolto. Ma tutto il suo viaggio spirituale fu in solitaria: a trent’anni si chiuse nella sua stanza ad Amherst e in un’esplosione di creatività visse fino alla fine dei suoi giorni un’esperienza iniziatica più unica che rara.
Il mito della discesa agli inferi si trova in molta letteratura, e non solo. E’ presente in tutte le tradizioni della terra. Orfeo è uno dei miti greci più conosciuti: il cantore che scende nell’Ade a cercare la sua amata Euridice. Nel 1914 Campana pubblica i Canti Orfici, un disperato viaggio interiore alla ricerca di una luce che potesse illuminare la sua “ombra”, il senso di separazione e di frammentazione che viveva nei confronti della realtà. “Non seppi mai come, costeggiando torpidi canali, rividi la mia ombra che mi derideva dal fondo”5. Anche Sbarbaro scende nella città notturna con angoscia e smarrimento per cercare una via d’uscita al male di vivere. Ma non riesce ad andare oltre la propria rassegnazione. “Io che come un sonnambulo cammino / per le mie trite vie quotidiane, / vedendoti dinnanzi a me trasalgo”6scrive anelando alla donna angelo della salvezza, sentendosi sempre più estraneo alla vita.
L’Orfismo offre l’idea iniziatica di un nuovo modo di essere, un nuovo modo di concepire la vita. Conoscenza che si può acquisire solo spingendosi nel mondo dei morti, sregolando tutti i sensi. Rilke nei Sonetti a Orfeo dice: “Solo chi già alta levò la lira / anche tra le ombre / può nel presentimento trarre / lode infinita”7. Solo l’iniziato che scende dentro la Notte può trovare una luce, un nuovo sguardo.
La salvezza agognata nel processo d’iniziazione - attraverso la morte dell’ego, l’attraversamento degli Inferi e la sua rinascita - diventa salvezza fisica, fatta di carne, di terra. “Terra, non è questo che vuoi: invisibile / sorgere in noi?”8si chiede ancora Rilke nella nona elegia. Per lui, come per Rimbaud, c’era bisogno di nuovi cantici di salvezza, collettiva, storica, oltre che personale. Ancora oggi la discesa agli inferi riguarda tutti noi. Non è più soltanto un mito, ma una realtà e un anelito alla salvezza sempre più urgente.
Allora, la poesia cosa diventa nel nostro tempo, in questo Occidente al tramonto, in questo continuo trasfigurarsi di tutte le identità, di tutti i ruoli, in cui tutto è messo in crisi: il matrimonio, la scuola, la sanità, la politica, persino cosa significhi essere maschio o femmina. Dentro questa confusione sempre più manifesta, chi è il poeta oggi? Certamente non è più l’intellettuale che ha dominato l’occidente europeo, da Petrarca al Pascoli, e cioè la figura del letterato, dello studioso accademico, traduttore di versi da antiche lingue o da letterature straniere (pensiamo al Carducci oltre al Pascoli, a Quasimodo, a Ungaretti, a Luzi...). La letteratura è finita, diceva René Char, sostenendo che con Rimbaud la poesia cessa di essere un genere letterario. Per diventare cosa? Da ex partigiano Char aveva in mente una poetica militante e insurrezionale, per un risveglio etico delle coscienze, un cambio di senso, non più finalizzato all’estetica, come raffinatezza letteraria, ma come azione, esperienza di vita, insurrezione per una cultura nuova che emergesse dagli inferi del Novecento, attraverso una ricerca radicale dell’essere. Char parlava di ritorno a monte (titolo di una sua raccolta), cioè di un ritorno a una sorgente, attraverso il quale l’uomo nuovo nasce. Non dunque di un nostalgico ritorno al passato, ma di uno slancio “in avanti”, verso un nuovo inizio, principio eternamente differente.
Il poeta è l’iniziato che si congiunge al Principio dell’Eterno. In questo senso, oggi soprattutto, la parola poetica può essere terapeutica, e il poeta, più che un mistico, può essere un umile profeta che non rinuncia alla vita, ma la canta come atto di nascita insurrezionale. La sua parola può diventare profezia di un rivolgimento molto più vicina alla verità di quanto lo sia intesa come arte. Attraverso
l’ascolto di una parola che ci trascende, di volta in volta, mai in modo definitivo; di una voce che si fa carne nel quotidiano, e che ogni volta si fa attesa.
La poesia, come esperienza iniziatica, agisce sulla coscienza a livelli profondi, predispone e crea nuovi e più elevati stati. Agisce su chi la scrive e su chi la legge, contribuendo a una continua co creazione del mondo, svelando epifanicamente in pochi versi vere e proprie “illuminazioni”. In questo senso è una poesia del Ritorno, di purificazione, salvifica, perché penetrando nel profondo
dell'animo umano, trasforma, guarisce, dando voce a significati nascosti e inauditi. Allora, forse proprio in un momento storico così difficile come quello che stiamo vivendo, il poeta è un nuovo profeta, un vero “veggente”. E la sua parola, sostenuta oggi da più di un centinaio di anni di conoscenze di psicologia del profondo, e dalle tradizioni spirituali orientali, oggi disponibili a tutti, più che descrivere, può contribuire a creare una nuova visione di umanità, la nascita di un nuovo io, grazie all’emergere di quelle realtà interiori, non più intese come “paradisi artificiali”, ma come vere e proprie esperienze di vita, pienamente umane.
(articolo di Gianni Fabiano)
1 Rimbaud, Tutte le poesie, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1989, p. 233.
2 Dylan Thomas, Poesie, a cura di Roberto Sanesi, Guanda, Milano 2024, p. 149.
3 Trakl, Le poesie, Garzanti, Milano 2020, p. 273.
4https://giugenna.com/2025/11/03/paul-celan-stretto/
5Dino Campana, Opere e contributi, Vallecchi, Firenze 1973, p. 6.
6Camillo Sbarbaro, Pianissimo, a cura di Lorenzo Polato, Marsilio, Venezia 2024, p. 74.
7R.M. Rilke, Sonetti a Orfeo, Feltrinelli, Milano 2022, p. 35.
8R.M. Rilke Poesie, 1907 – 1926 a cura di Andreina Lavagetto, Einaudi, Torino 2000, p. 325.
Gianni Fabiano è nato a Genova, dove vive. Da molti anni è impegnato in un percorso di liberazione interiore con il movimento culturale Darsi Pace per un’umanità più relazionale e nonviolenta. Da questa esperienza ha tratto ispirazione per la sua ricerca poetica. Ha ricevuto diversi riconoscimenti in ambito letterario, tra cui il Premio Città di Mestre e il Premio Città di Castello. In continuità con la recente pubblicazione Un lungo andare cercando (La Ruota Edizioni). La sua ultima raccolta “Se non è chiedere troppo” si è aggiudicata il Premio ChiareVoci 2025.

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