Sulle scelte
di Rino Lorusso
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;
Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,
And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.
I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.
Robert Frost, The Road Not Taken
A 29 anni, ignaro della realtà che si presentava fuori della reggia, uscito dal palazzo reale paterno per vedere la realtà del mondo, testimoniò la crudeltà della vita in un modo che lo lasciò attonito. Incontrando un vecchio, un malato e un morto (altre fonti narrano di un funerale), comprese improvvisamente che la sofferenza accomuna tutta l'umanità e che le ricchezze, la cultura, l'eroismo, tutto quanto gli avevano insegnato a corte erano valori effimeri. Capì che la sua era una prigione dorata e cominciò interiormente a rifiutarne agi e ricchezze.
Poco dopo essersi imbattuto in un monaco mendicante, calmo e sereno, decise di rinunciare alla famiglia, alla ricchezza, alla gloria ed al potere per cercare la liberazione. Secondo il Buddhacarita (canto V), una notte, mentre la reggia era avvolta nel silenzio e tutti dormivano, complice il fedele auriga Chandaka, montò sul suo cavallo Kanthaka e abbandonò la famiglia ed il reame per darsi alla vita ascetica. Secondo un'altra tradizione comunicò la propria decisione ai genitori e, nonostante le loro suppliche e lamenti, si rasò il capo e il volto, smise i suoi ricchi abiti e lasciò la casa. Fece voto di povertà e compì un percorso tormentato d'introspezione critica. La tradizione vuole ch'egli abbia intrapreso la ricerca dell'illuminazione a 29 anni (536 a.C.).
Vita del Budda, Wikipedia
Che cos'è una scelta, da dove nasce, cosa la caratterizza, cosa comporta? A questo cercheremo di rispondere.
Intanto partiamo dal binomio indissolubile tra la scelta e la crisi, infatti, il significato etimologico di quest’ultima parola è proprio “scelta”. Da ciò si capisce che una scelta può essere causata da una crisi, ma anche che, a sua volta, una scelta può causare una crisi. Un altro elemento importantissimo da tenere in considerazione è che le scelte determinano sempre quello che siamo. Noi, in un certo senso, siamo il prodotto delle nostre scelte. Il nostro essere, o il nostro non essere, è sempre frutto del nostro scegliere. Siamo quello che scegliamo di essere. Le scelte, in fin dei conti, si riducono sempre e soltanto ad una sola: essere o non essere.
Se ripensiamo alla vicenda di Amleto e al famoso monologo, la scelta di Amleto risulta alquanto paradossale. Dopo aver esaminato i pro e i contro del dilemma, riducendo, per comodità, le molteplici possibilità interpretative di quel to be al solo suicidio, dovremmo dire che Amleto sceglie di vivere, quindi di essere. Tuttavia, Amleto ci mette in guardia dalla sua stessa decisione, in un certo senso anche lui prende le distanze, perché ci dice che quella decisione è condizionata dall’ignoranza di quello che ci attende dopo la morte. Non è una scelta completamente libera: è codarda, dunque non una vera scelta. In quella situazione, pur scegliendo di essere, Amleto, sceglie in realtà di non essere. Questo è quello che chiamo “paradosso di Amleto”.
La scelta di Amleto è una scelta razionale e istintiva allo stesso tempo, coerente, solo in apparenza, con la sua umanità, ovvero con la condizione di animale razionale. Amleto sceglie obbedendo all’intelletto, caratteristica preponderante del suo personaggio, assecondando così la parte razionale, ovvero il calcolo, la freddezza, il cinismo. Ma sceglie anche obbedendo all’istinto di sopravvivenza. Così facendo si piega anche alla parte animale, cieca, infantile, e meno nobile della nostra natura. Il problema vero, per Amleto, è dimenticare che non siamo solo animali razionali. Siamo anche animali senzienti. In questo senso Amleto si dimostra assolutamente anaffettivo, tanto da diventare egoista ed insensibile fino al punto di provocare il suicidio di Ofelia. Colpa del rapporto con la madre e dello sconvolgimento interiore seguito all’assassinio del padre e del conseguente disorientamento?
Il nostro obiettivo non è quello di fare un processo ad Amleto. La sua figura ci serve come modello negativo in fatto di scelta. Amleto non sa scegliere. La sua scelta non incide sullo sviluppo della vicenda e lui si lascia trascinare dagli eventi, quindi, alla fine, la sua condizione è quella di non essere.
È il sentimento che ci eleva e ci rende qualcosa di più che animali razionali. Amleto lo ignora e sbaglia l’impostazione della scelta, perché quando si sceglie occorre avere i sentimenti come bussola. È con loro che si operano le scelte significative, le scelte rivoluzionarie, le scelte decisive, quelle che cambiano la nostra vita, a volte quella degli altri; nel caso delle anime grandi, quella del mondo intero.
Scegliere vuol dire innanzitutto avere coraggio, e sia l’istinto che la ragione tendono alla conservazione. Solo il sentimento è veramente rivoluzionario. Tradire il sentimento è la peggiore cosa che possiamo fare.
E allora ritorniamo alle epigrafi. Il protagonista di The Road Not Taken è un rivoluzionario perché sceglie il sentiero meno battuto, più scomodo, con l’erba alta, forse più pericoloso o più lungo. D’altronde, se tutti prendono l’altro, un motivo dovrà pur esserci! Quella strada mai presa, mai percorsa da essere umano, vergine, è la strada della purezza, perché gli anticonformisti, i rivoluzionari sono sempre dei sognatori, anime pure. Solo loro possono credere alle utopie e a volte, quando riescono a distrarre il mondo, persino a realizzarle. È la scelta della strada meno battuta a fare tutta la differenza, come recita l’ultimo verso, e tutto questo è assolutamente antiborghese.
Anche lo stralcio della biografia del Budda va in questa direzione. Egli ha un disperato bisogno di “liberazione”, parola religiosa e politica allo stesso tempo. La sua scelta è focalizzata sull’essenziale. Innanzitutto, ha bisogno di uscire dal palazzo, metafora laterizia delle nostre convinzioni, abitudini, piccole schiavitù quotidiane. “We just have to have the courage to turn against our habitual lifestyle and engage in unconventional living”, per dirla con Chris McCandless, alias Alexander Supertramp, in Into the Wild.
Ha bisogno anche di alleggerirsi. Rinuncia quindi al superfluo. Procede per sottrazione anziché per accumulazione. La stessa scelta la compiono Cristo e San Francesco ed è fondamentale nella pratica ascetica in qualunque religione. La scelta di Budda è dettata dalla volontà di cercare il suo “essere”. In questo consiste l’elevazione, l’illuminazione. Budda sceglie di essere, e così facendo cambia il mondo.
Per essere sé stesso fino in fondo non esita a tagliare i legami familiari, a tradire gli affetti, come Medea, come Giulietta, altro personaggio che sceglie facendosi guidare dall’amore e solo dall’amore, per cui sceglie di essere amore, con un coraggio inimmaginabile per una ragazzina di tredici anni.
Scelta, crisi, identità, essenza, coraggio: concetti avviluppati in un nodo indissolubile.
Anche Cosimo, nel Barone rampante, opera una scelta rivoluzionaria, tagliando il cordone ombelicale con la famiglia una volta per tutte e prendendo la strada meno battuta, quella eccentrica della vita sugli alberi, elevandosi, così, fuori e dentro la metafora.
Il capitano Ahab, in Moby Dick, di Melville, decide di inseguire la balena in capo al mondo, benché l’animale, in passato, lo abbia mutilato. Nel viaggio dell’ultima caccia, il Pequod incrocia altre baleniere in fuga da Moby Dick. Nonostante gli ammonimenti dei capitani di quelle navi e la sua pregressa esperienza, Ahab si lancia comunque all’inseguimento della fatale balena. Nel duello finale rimarrà impigliato nelle innumerevoli corde degli arpioni infilati sul dorso di Moby Dick e si inabisserà col cetaceo, scomparendo per sempre. Senza entrare in analisi dettagliate sul significato di questo capolavoro assoluto della letteratura mondiale, restando al tema di queste riflessioni, Ahab sceglie di essere, perché Moby Dick rappresenta la sua parte mancante. Ad Ahab manca una gamba, divorata dal capodoglio, cetaceo carnivoro. Ahab ha una grande cicatrice che gli attraversa completamente viso e collo e la protesi che sostituisce la gamba mancante non è di legno, come si usava a quei tempi, ma di osso di balena. Moby Dick possiede una parte di Ahab e viceversa. La scena finale è una scena di ricomposizione. Moby Dick è l’inconscio di Ahab. Per questo entrambi finiscono in fondo al mare. Ahab è di nuovo uno. Ahab è, ma ha dovuto navigare nella direzione contraria a tutti gli altri ed è stato etichettato come folle per aver scelto, in maniera ossessiva, di essere.
La scelta che ci fa essere è sempre quella più coraggiosa, quella che ci porta verso l’opzione più rischiosa, a volte tragica, ma è anche quella più poetica. Sempre.
A proposito di poesia, la scelta spesso è preceduta da un periodo di solitudine volontaria. “I went to the woods because I wished to live deliberately, to front only the essential facts of life, and see if I could not learn what it had to teach, and not, when I came to die, discover that I had not lived.” Così scrisse David Herbert Thoreau in Walden e così fece, ritirandosi per due anni, due mesi e due giorni nei boschi vicino il Walden Pond, per vivere deliberatamente, per affrontare solo i fatti essenziali della vita vera, in modo da non arrivare, in punto di morte, a scoprire di non aver vissuto. Thoreau è una delle letture preferite di Chris McCandless, che ne segue le orme:
The climactic battle to kill the false being within and victoriously conclude the spiritual pilgrimage. Ten days and nights of freight trains and hitchhiking bring him to the Great White North. No longer to be poisoned by civilization he flees, and walks alone upon the land to become lost in the wild.
Anche Kerouac scrive qualcosa di simile:
I am my mother’s son. All other identities are artificial and recent. Naked, basic, actually, I am my mother’s son. I emerged from her womb and set out into the earth. The earth gave me another identity, that of name, personality, appearance, character and spirit. The earth is my grandmother: I am the earth’s grandson. The way I comb my hair today has nothing to do with myself, who am my mother’s son. I am also on this earth, my grandmother, to be her spokesman, in my chosen and natural way. The earth owns the lease to myself: she shall take me back, and my mother too. We have proven the earth’s truth and meaning, which is, simply, life and death.
Sia McCandless che Kerouac sono influenzati dagli scritti di Thoreau, Emerson e degli altri trascendentalisti americani, caratterizzati dall’esaltazione dell’individuo nei rapporti con la natura e una certa inclinazione al panteismo. Nel nostro caso il discorso si fa interessante, poiché dietro le loro scelte c’è la ricerca dell’essenziale, che ci riallaccia al percorso di ricerca del Budda e a quell’ideale ascetico che, volenti o nolenti, si cela dietro ogni inquietudine dettata dalla sete di autoconoscenza e autodefinizione. Non ci deve sorprendere. “Essenziale” viene da “essenza”, “essenza” viene da “essere”. La comprensione dell’essenzialità è fondamentale per poter essere. In questo senso la scelta si configura sempre come un cammino verso l’essenziale, e l’essenziale, che è pace, molto spesso si trova, nella sua forma più pura, lontano da tutti, nella natura selvaggia, sia che si tratti di foreste, di deserti, luoghi prediletti dai primi anacoreti cristiani, o di isolette nell’oceano, rifugi spirituali dei primi monaci irlandesi. Come si può notare, in questo senso non c’è differenza tra elevazione religiosa e laica. In ogni caso si tratta di un impetuoso moto spirituale, conseguenza di una scelta forte, di rottura, coraggiosa, rischiosa e scomoda.
E infine ci sono le scelte d’amore, dettate dallo stesso sentimento, ovvero le scelte assolute perché si tratta di amore al quadrato. Della scelta di Giulietta abbiamo parlato, si potrebbero aggiungere le scelte delle protagoniste di un filone preciso delle ballate medievali, ovvero quello incentrato sul tema della sposa “infedele” che abbandona il marito per fuggire con la persona che ama davvero, come in The Raggle Taggle Gypsy, anche se questo comporta la rinuncia agli agi e alle ricchezze, sostituite dalla vita nomade e povera degli zingari.
In The Land of Heart's Desire, un dramma di William Butler Yeats, una fata, assumendo le sembianze di un bambino, appare ai neosposi Shawn and Maire Bruin, spiega loro la natura effimera della vita e invita Maire a seguirla nel mondo delle fate:
You shall go with me, newly-married bride,
And gaze upon a merrier multitude.
White-armed Nuala, Aengus of the Birds,
Feacra of the hurtling foam, and him
Who is the ruler of the Western Host,
Finvarra, and their Land of Heart's Desire,
Where beauty has no ebb, decay no flood,
But joy is wisdom, Time an endless song.
I kiss you and the world begins to fade.
Shawn implora Maire di restare nel mondo reale, ma lei gli muore tra le braccia, pronta a seguire il nuovo destino. Maire sceglie di abbandonare la prosa del mondo reale per la poesia del mondo fatato, per la magia di quei posti (o per la magia dell’amore vero?), magistralmente spiegata dalla potenza di quei versi: “Where beauty has no ebb, decay no flood, / But joy is wisdom, Time an endless song.” Per terminare con, “I kiss you and the world begins to fade.” Maire sceglie di morire per poter rinascere, senza nessuna garanzia. Lascia il certo per l’incerto, il facile per il difficile, ma lascia anche lo scontato, il banale, per il profondo. Questa è la poesia.
Quale scelta fare in amore? Non esiste una ricetta, ma è vero che ci sono amori e amori. Ci sono esperienze che trasfigurano. Il vero amore è sempre quello più difficile, contrastato, più drammatico, se vogliamo, spesso tragico. Giulietta docet. Ci vuole coraggio per scegliere il vero amore. Sembra assurdo, ma spesso è la scelta più difficile. Il vero amore è tanto grande che a volte ci spaventa e ci mette in fuga. Il vero amore è follia, secondo le leggi di questo mondo prosaico, ma solo la follia di don Chisciotte è in grado di trasformare una rozza contadinella in principessa. È la stessa follia che riscatta gli oggetti dalla loro banalità quotidiana nobilitandoli e rendendoli unici. Così, la bacinella di un barbiere, diventa l’elmo di Mambrino. E si spera che la follia sia sempre contagiosa, come quando don Chisciotte, in punto di morte, ormai convinto dell’inesistenza del suo mondo immaginario, viene esortato da Sancho, proprio lui, il pragmatico, apoetico scudiero, a rimettersi in cammino alla ricerca di Dulcinea. Il prosaico Sancho diventa il combustibile che alimenta nuovamente la poesia di don Chisciotte. La follia di don Chisciotte, che è amore puro, emancipa anche Sancho dalla prosa del mondo, dalla sua banalità, e gli permette di vivere in un’altra dimensione, quella della poesia. Un miracolo nato dall’amore, che è follia che si trasforma in poesia. D’altronde, come scrive Fernando Pessoa:
Minha loucura, outros que me a tomem
Com o que nella ia.
Sem a loucura o que é o homem
Mais que a besta sadia,
Cadaver addiado que procria?
E non dice Dante, per bocca di Ulisse, “de’ remi facemmo ali al folle volo”? Chi sceglie di osare, superare i confini prestabiliti, chi riesce a vedere un mondo dove gli altri vedono il nulla, è etichettato come “folle”, ma in realtà è un visionario capace di trasformare degli insignificanti remi in ali e volare. L’Ulisse dantesco e don Chisciotte condividono lo stesso destino.
Il folle amore di don Chisciotte è quasi messianico perché libera un’umanità povera di spirito dall’inferno della prosa e le fa guadagnare il paradiso della poesia. È di quelli come don Chisciotte, se dovessimo avere la fortuna di incrociarli, che bisogna innamorarsi, di persone che emanano una luce speciale, perché, come scrive Claudio Magris,
La luce che brilla intorno alle immagini poetiche, e che spesso viene vista meglio da chi la guarda che da chi la crea, non risplende soltanto nei grandi libri. Essa illumina – ben più misteriosa, inavvertita e struggente – quelle persone, spesso inappariscenti e inconsapevoli, che talvolta abbiamo l’immeritata felicità di incontrare e che ci rivelano, talora senza saperlo, la verità, la grazia e l’incanto dell’esistenza, perché vivono in quella grazia e in quella verità, la incarnano nei loro gesti, […] Il loro modo di vivere è già capire l’essenziale, è una genialità oggettiva che aiuta gli altri a comprendere il mondo.
La scelta d’amore è sempre una scelta tra la prosa e la poesia. Quasi sempre si sceglie la prosa, tradendo il sentimento due volte, facendo persino peggio di Amleto. È questa la vera tragedia.
Per concludere queste riflessioni non ci resta che esaminare un ultimo aspetto legato alla scelta: quello della lacerazione, del dolore e dell’errore. La scelta, infatti, è sempre lacerante, e per il soggetto, e per gli oggetti. Ogni volta che si opera una scelta si crea almeno un infelice. Si aprono ferite che si spera si cicatrizzino in fretta. A volte le ferite non si rimarginano e si incancreniscono. Ed allora, se ci riesce, dobbiamo cercare di trasformare il dolore, come fa Medea, in un fattore di crescita dell’anima:
Tutto ciò che ho praticato finora, la chiamo opera d’amore…
Medea sono adesso,
cresciuta è la mia natura
grazie alla sofferenza.
Medea è una donna coraggiosissima che sceglie di tradire la sua gente per amore di Giasone, il quale la usa per arraffare il vello d’oro e poi la getta via. La sua vita è uno strazio. A Corinto, patria adottiva, dove Giasone la conduce, le lapidano i figli. Nella versione più famosa del mito, quella di Euripide, si dice che fu Medea ad ucciderli. In realtà Euripide fu pagato dalla città di Corinto per riscrivere la storia originale in modo da “lavare” le colpe della città. La tragedia di Euripide diventò quindi la versione ufficiale, che però è falsa.
Medea è tutte le donne, romantica, pura, sensibile, ingannata dal cinico materialismo dell’uomo Giasone, al servizio dell’atteggiamento predatorio tipico delle società patriarcali, come quella greca, appunto, modellate ad immagine e somiglianza della psiche maschile. La sua patria è la Colchide, terra “barbara”, e i barbari, dal punto di vista greco, sono caratterizzati dall’irrazionalità, contrapposta alla razionalità della “civiltà” ellenica. Medea è anche “maga”, cioè conosce i segreti della terra. Ha, detto in termini moderni, una sensibilità talmente grande da abbracciare il mondo intero. Sceglie Giasone perché Giasone è l’amore. Scegliendo la famiglia avrebbe assecondato la razionalità e non sarebbe stata più lei. Obbedisce al sentimento e il sentimento la rende quello che è. La scelta si rivela disastrosa, ma la sofferenza che ne consegue ne accresce la “natura”, meravigliosa espressione che ci riporta alla grazia del dolore e ai doni che ci offre come parziale, se non totale, risarcimento. Medea si ridefinisce in base all’amore, ma anche al dolore. Si identifica con amore e dolore fusi insieme, la più poetica, perché la più malinconica, tra tutte le identità a cui un essere umano può aspirare.
Anche Eschilo, nell’Inno a Zeus dell’Agamennone, ci dice che “Zeus guidando il pensiero dei mortali ha stabilito che attraverso il dolore il sapere acquista potenza. Quando, nel sonno, stilla davanti al cuore il tormento memore del dolore, la saggezza raggiunge anche coloro che la respingono.” Più tardi, Nietzche andrà oltre, perché ne La volontà di potenza esalterà la leggerezza della danza anche negli aspetti più tragici della vita, la leggerezza che vive la sofferenza senza imputarle nessuna colpa, in quanto parte della vita, necessaria quanto la gioia e di pari valore. Più facile a dirsi che a farsi. Non è raro che una persona molto sensibile rimanga schiacciata sotto il peso del dolore.
Per quanto riguarda le scelte errate, innanzitutto occorre specificare che la giustezza di una scelta non si misura dal successo, come vuole la lillipuziana cultura borghese, ma dal fatto che ci permette di essere noi stessi. Una scelta, quando è dettata dal sentimento, va sempre considerata giusta anche se si traduce in una catastrofe. Se la scelta è giusta e siamo fortunati, può condurre alla gioia. Se è guidata dall’amore, ci permette di essere noi stessi, ma siamo sfortunati e il risultato è negativo, allora possiamo ammettere l’errore. Ma l’errore è nell’esito, che spesso non dipende da chi sceglie, non nel processo, nell’impostazione della scelta, a cui bisogna restare fedeli. Quando l’errore si manifesta, aggrappiamoci ad una consolante storiella di Eduardo Galeano:
Ocurrió en el tiempo de las noches largas y los vientos de hielo. Una mañana floreció el jazmín del Cabo, en el jardín de mi casa, y el aire frío se impregnó de su aroma, y ese día también floreció el ciruelo y despertaron las tortugas.
Fue un error, y poco duró. Pero gracias al error, el jazmín, el ciruelo y las tortugas pudieron creer que alguna vez se acabará el invierno. Y yo también.
Possiamo solo aggiungervi l’augurio di sbagliare il meno possibile.
Un’ultima citazione di Yeats ci aiuta a tirare le fila del discorso:
We know their dream; enough
To know they dreamed and are dead;
And what if excess of love
Bewildered them till they died?
I write it out in a verse—
MacDonagh and MacBride
And Connolly and Pearse
Now and in time to be,
Wherever green is worn,
Are changed, changed utterly:
A terrible beauty is born.
Si tratta dei versi conclusivi di Easter 1916, poesia che parla di una scelta: quella di ribellarsi alla dominazione inglese da parte degli irlandesi. La rivolta di Pasqua 1916 fu soffocata nel sangue e i capi, che Yeats nomina uno ad uno, furono tutti fucilati. Vi troviamo la scelta come atto rivoluzionario, come atto di trasfigurazione, quel “changed utterly” nel penultimo verso, quindi come atto d’amore, addirittura in eccesso, “excess of love”, come ricerca di identità, come atto di estremo coraggio, ovvero sfidare, male armati e male equipaggiati, quella che allora era la prima potenza mondiale. La scelta del sogno, dell’impossibile, dunque folle, pagata col prezzo più alto: “they dreamed and are dead”. La scelta della poesia, insomma, e quando si compie una simile scelta è naturale che si generi una “terribile bellezza”.
Rino Lorusso, vivente, nasce libero a Ruvo di Puglia nell’anno di nessun Signore 1968, ad aprile, “il mese più crudele” anche per colpa dell’infausto evento. Dice di essere laureato in Lingue e letterature straniere e insegnare inglese in un liceo. Millanta di parlare quattro lingue straniere. Pare abbia vissuto in Irlanda e Portogallo e viaggiato molto, facendo anche esperienze di volontariato. Oltre a leggere e scrivere, crede di saper suonare strani strumenti della tradizione irlandese: uilleann pipes (cornamusa), whistles (flauti) e bodhrán (tamburo a cornice). Sostiene di aver vinto dei premi letterari (mah!). Morirà nel 2033 con la stessa voglia di buttare tutto all’aria. Purtroppo Versi fatti con i piedi è la sua seconda silloge poetica.

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