La canzone di Adele. Cinque inediti di Adele D'addario

 





Le cinque poesie inedite di Adele D’Addario qui presentate si collocano in continuità con il suo libro precedente La bambina melodrammatica, la voce rimane riconoscibile, mentre il verso si fa più concentrato, più attento al dubbio che all’affermazione; un verso più concentrato ma che rimane comunque canto senza approdare alla frammentazione e alla frigida algidità tanto cara alle tendenze di moda attuali.


La poesia della D’Addario abita un territorio dove il quotidiano (la memoria dei luoghi attraversati, un mattino d’inverno, una spiaggia ricordata, il corpo che trattiene le sue ferite) diventa spazio di interrogazione, senza mai imporre al lettore una risoluzione. La parola poetica non consola né spiega: registra, trattiene, resiste. Il verso non cerca l’effetto, piuttosto insiste su una misura controllata, talvolta dimessa, che lascia affiorare una fragilità mai esibita ma che non teme di trasformarsi in canto. 


Nei testi che andranno a comporre il futuro libro della D’Addario e che ho avuto l’opportunità di leggere in anteprima l’io poetico sembra interrogarsi continuamente sul senso stesso dello scrivere: sulla possibilità, con tutta probabilità illusoria, che la parola possa lenire, controllare ciò che fa male. La poesia diventa allora un luogo di deposito, una forma di resistenza, anche minima ma comunque cocciuta, dove la memoria e il presente convivono alla ricerca di una possibile seppur difficile pacificazione.


Questi nuovi testi inediti confermano una voce già matura, capace di restare fedele alla propria vulnerabilità senza trasformarla in posa. 


Le cinque poesie qui presentate pur nella loro autonomia, dialogano tra loro e permettono di attraversare alcuni dei nuclei più significativi della sua scrittura; sono state scelte per restituire, in forma concentrata, il ventaglio poetico di Adele D’Addario e per rappresentare in qualche modo le tre sezioni che, almeno nelle attuali intenzioni, andranno a formare il possibile futuro libro: Elegie metropolitane, Femmina da allevamento, Canzoni della catarsi rinviata.


In Hannah Sullivan la percezione del mondo si fa sospesa e contemplativa: il paesaggio invernale e la memoria estiva convivono in un tempo dilatato, dove la scrittura diventa gesto di presenza e gratitudine. 

Con occhio di strega appagata introduce invece una voce più dichiaratamente visionaria e consapevole, che rifiuta lo sguardo “ad altezza uomo” per adottare una postura laterale, femminile e simbolica.

Chiacchiere da bar apre invece lo sguardo su una dimensione più esplicitamente sociale e politica, dove il quotidiano diventa luogo di compressione della voce e del desiderio, soprattutto femminili. 

Con I pennarelli ancora nuovi la poesia si fa più essenziale e luminosa: l’infanzia non è nostalgia, ma possibilità di riscrittura, gesto minimo di riconciliazione con il presente.

Amarene sotto spirito, infine, assume una valenza metapoetica, interrogando il senso stesso della scrittura come conservazione, attesa, ritorno.


Questi testi, letti insieme, restituiscono una voce coerente e riconoscibile, capace di muoversi tra introspezione, sguardo critico e riflessione sul linguaggio, senza mai rinunciare a una misura controllata e a una vulnerabilità non esibita. Una poesia che non cerca soluzioni, ma pratica con rigore e onestà il gesto del restare.



Hannah Sullivan


Al termine del mattino lei sente 

il torpore della neve distesa 

sulla siepe del giardino, sui rami

protesi sulla strada ammutolita,

sul fiato bianco dei rari passanti.


Lei si domanda come sia la spiaggia 

livellata nel biancore, quel luogo

dove ha vissuto intensamente 

le estati, là dove ha ammirato 

gli intrepidi avventurarsi al largo,


là dove la consapevolezza di esserci

non bada ai giri di parole dei poeti muti

né alla dura scorza dei significati 

occultati. Qui dove il conforto di scrivere

qualcosa di appena immaginato

equivale a vivere nella meraviglia 

del momento, quando

tutto appare illuminato alla vista

e all’ascolto e ai sensi scoperti

e alla mia mai sufficiente gratitudine.




Chiacchiere da bar


Avere un mondo da dire

ma educata a tacere, adattata

a sedere composta. Non resta

che accarezzare il cane 

accucciato sotto la sedia

mentre i maschi al tavolo

discutono di faccende importanti,

di come innalzare ulteriori barriere,

di come incendiare stoppie e frumento,

inconsapevoli cialtroni in buona fede.


E io, io torrente e selva

mi acconcio a giardino accudito,

a canale addomesticato

proficuo soltanto a irrigare,

a figliare, a far maturare frutti.

Io con il mio mondo da gridare

inespresso in grembo, io

in potenza in grado di allagare pianure

ho imparato a restare seduta composta,

ho imparato persino a sopportare

i cani, i bambini, la frutta del discount,

le chiacchiere innocue 

al tavolo del bar.




Con occhio di strega appagata


Aggiungo il tuo sole assonnato

a quello dell’alba che arriva.

Per te, che mi chiamavi femmina,

concepisco costellazioni di stelle 

e di poesie vastissime, 

incompiute. Mi smarrisco  volontaria

nei camminamenti della lirica

per non guardare ad altezza uomo,

per imparare la voce dei salici,

l’acuto affilato dell’acciaio dei tram 

sulle rotaie che puntano, in lontananza, 

i monti imbiancati in fondo ai viali.

Con occhio di strega appagata 

leggo la mano al mondo

e ai miei morti

e tutte le sere apparecchio un racconto 

che concili il tuo sonno

con la mia voce da vegetale, 

di lampada al neon intermittente,

di infiorescenza inarrestabile di fuoco.




I pennarelli ancora nuovi


Di tutti i pennarelli grigi 

che da bambina usavo 

per disegnare me stessa

nell'angolo in basso del foglio

non ne voglio più parlare.


Oggi voglio soltanto macchiare 

le mani di tutti quei rossi, quei gialli, 

quei viola ancora da usare

e con quelli vorrei colorare 

un biglietto d’auguri

per dirti soltanto: oggi 

sono contenta che ci sei, 

sono contenta di essere qui. 




Amarene sotto spirito


Mentre attendo che il caffè salga

rileggo le parole che ho scritto

nell’illusione che diventino concrete

come un quadrifoglio miracoloso

da poggiare con fiducia sulla mensola

della mia scaramanzia 

di bambina cresciuta storta.


Il resto delle parole sono tentativi 

di dichiararsi impavida, esuberante. 

Dicono che mie poesie 

siano amarene sotto spirito,

conservate per essere mangiate a tempo debito 

da rigirarsi in bocca lentamente

per succhiarne il succo aspro,

per sputare poi il nocciolo spolpato.





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