Nell’attuale asfittico panorama culturale - otto domande a Rino Lorusso
Nell'attuale asfittico panorama culturale, in cui tutti scrivono libri e nessuno li legge, che ruolo ha lo scrittore? Quale scrittura ci può aiutare a uscire da tutta la sofferenza di questa stretta epocale?
Lo scrittore, oggi, nel neofascistizzante panorama nazionale e internazionale, ha il dovere dell’impegno civile. Ha il dovere morale di prendere il lettore (l’elettore) e metterlo di fronte allo specchio deformante dell’arte. Gli scrittori dovrebbero agire in maniera diametralmente opposta ai politici di oggi. Più i politici blandiscono l’elettorato solleticandone i peggiori istinti, più gli scrittori dovrebbero fustigare il lettorato, se mi si consente questo gioco di parole. Ma c’è un problema: il dato statistico dell’elevato numero di analfabeti funzionali presenti in questo paese, che va ad aggravare lo storico dato dell’esiguo numero di lettori se paragoniamo l’Italia con gli altri paesi sviluppati. E infine c’è il fallimento, a mio parere, del sistema scolastico italiano, peggiorato in ogni modo possibile dalle numerose riformicchie di incompetenti in malafede. La scuola italiana non tende a formare cittadini consapevoli (dunque potenziali lettori), ma manodopera per il mercato del lavoro. Se non rimettiamo la scuola al centro del dibattito nazionale, la vedo veramente dura.
L’IA soppianterà la figura dello scrittore?
La perfezione formale in letteratura ha valore solo se dietro c’è un’anima a conferirle un senso. Non mi pare che l’IA abbia queste caratteristiche ed è proprio la mancanza di un’anima che ne decreterà il fallimento, almeno per quel che concerne i testi letterari.
Perché oggi vanno così di moda il genere noir e le varie narrazioni distopiche? Se sono lo specchio dei tempi che stiamo vivendo come possiamo “rivoltare” questa tendenza con nuove visioni?
Forse perché i romanzi più venduti oggi li scrivono ex-magistrati che conoscono molto bene la materia noir. Scherzi a parte, i noir sono lo specchio della percezione del presente intrisa di paura. Se abbiamo paura del presente non possiamo che essere terrorizzati dal futuro, e dunque amare le narrazioni distopiche che ci dipingono il futuro non tanto come un tempo, ma come un luogo orribile. È difficile cambiare la narrazione del presente se certa politica (col gigantesco apparato mediatico ad essa asservito) costruisce il proprio successo alimentando le paure dell’elettorato borghese e proletario, per usare categorie novecentesche. E poi, almeno per quanto riguarda il noir, c’è un altro elemento, secondo me, da considerare: l’attrazione morbosa, quasi voyeuristica, per il male (vedi anche il successo di certi programmi televisivi di cronaca nera). Il lettore borghese ha piacere di leggere storie di corruzione morale mantenendosi a distanza di sicurezza dal male. Non capisce, o fa finta di non capire, che di quella corruzione è uno degli artefici. Forse è possibile cambiare questa tendenza buttando all’aria l’ordine borghese, ma non mi sembra esserci tutta questa voglia in giro.
Cosa significa per te scrivere o leggere poesia? Ha ancora un senso oggi?
Scrivere e leggere poesia significa aprire mondi e aprirsi ai mondi, interiore ed esteriore. Risentirli e rimodellarli in forme nuove. Oggi, proprio per i motivi già detti, ha senso più che mai. Il mio obiettivo è raccontare storie (spesso tendo a scrivere poesie dal carattere narrativo) universali. Il mio io poetante potrebbe essere chiunque. La mia ambizione, forse arroganza, è scomparire nell’impersonalità del testo. E poi cerco sempre di scrivere testi intellegibili, che non vuol dire semplici. Cortázar, in un meraviglioso racconto che diventa poesia per farsi di nuovo racconto e poi ancora poesia, abbattendo le barriere di genere, scrive: “Linguaggio e invenzione sono nemici fraterni / e da questa lotta nasce la letteratura, /il dialettico incontro di musa e scriba. /L’indicibile che cerca la parola, /la parola negandosi a dirlo /finché non le torciamo il collo / e lo scriba e la musa si conciliano /in questo raro istante che più tardi / chiameremo Vallejo o Majakovskij.” E più in là aggiunge: “La chiarezza è difficile da ottenere, per cui il difficile tende a essere uno stratagemma per dissimulare il difficile che è essere facile.” Ecco, io ho fatto mia questa lezione. Cerco di scrivere poesie intellegibili in cui qua e là torco il collo alla parola provocando esplosioni semantiche che portano a una moltiplicazione di significati rigeneratrice del linguaggio. Avendo la fortuna di suonare, la musica mi ha insegnato che non si possono ornamentare tutte le note. Se lo si fa, magari si fa sfoggio di virtuosismo, ma il brano rischia di diventare un guazzabuglio. Il grande compositore, o esecutore, è colui che sa dove mettere le ornamentazioni. La raffinatezza è tempismo e si dispiega in un quadro generale di semplicità solo apparente. Quando scrivo cerco di applicare la lezione di Cortázar e quella della musica.
Chi è per te il poeta nelle nostre società ipertecniche e digitali?
Il poeta è un ri-animatore. Più la tecnologia si impadronisce della società e sostituisce il concetto di moralità (e dunque di giustizia) con quello di efficienza, più c’è bisogno di poeti. Più la società si robotizza, più c’è bisogno di pensiero senziente in forma di parola rinnovata e rinata dalle ceneri della banalità del senso univoco. Il poeta ne è il principale depositario.
Perché la poesia è poco letta? Esiste da sempre, la si tramanda nelle scuole di ogni ordine e grado, ma è quasi sempre snobbata. Cosa dovrebbe essere o diventare la poesia per fare presa su un giovane, e più in generale sulla gente?
Domanda molto complessa. La poesia è poco letta perché si è costruita la fama di essere ermetica. I poeti (poeti, non narratori famosi che si improvvisano poeti e vendono in quanto narratori famosi) più letti sono quelli che scrivono in maniera intellegibile, forse troppo intellegibile per essere considerati bravi poeti, ma tant’è… così vanno le cose. La poesia, come la si insegna a scuola, è un altro dei motivi che mi fa gridare al fallimento della scuola italiana. Io, Dante, l’ho amato veramente solo ai tempi dell’università dopo aver letto un saggio di Eliot. Andrebbero riformati i programmi e lasciata assoluta libertà ai docenti di proporre gli autori più interessanti per gli adolescenti, indipendentemente dalle epoche storiche, con maggiore attenzione agli autori contemporanei, anziché D’Annunzio, tanto per dirne uno. Cosa volete che dica uno come D’Annunzio, nella cui vicenda poetica non c’è un briciolo di sincerità, a un giovane di oggi? Che la sua poesia, nelle parole di Arcangelo Leone De Castris, “è monolitica proprio nella sua assoluta dissipazione conoscitivo-espressiva, immobile proprio in quanto governata da una strategia letteraria tutta prammatica e funzionale a un disegno esibizionistico-oratorio, priva di storia perché impossibilitata, ab initio, ad una qualsivoglia ragione problematica e sperimentale. La storia della cultura dannunziana non è che la ricerca mimetica e subalterna di una programmazione vieppiù autorizzante e nobilitante della propria volontà di possesso verbale: dal provvisorio conformismo retorico nei confronti della più illustre e recente tradizione italiana, attraverso la snobistica assimilazione degli atteggiamenti più esteriori delle poetiche europee, fino alla cristallizzazione utilitaria e oratoria del superuomo nietzscheano.” Che la sua poesia è posa. E invece la scuola si affanna ancora a propinare ai giovani lo sbadiglio fatto verso. Dunque non mi fiderei della scuola, di questa scuola, per far nascere l’amore verso la poesia. Poi puoi trovare il docente che ci riesce, ma devi essere fortunato e sicuramente il sistema non aiuta.
Se dovessi azzardare una ricetta per rendere la poesia più appetibile direi che sul piano formale c’è bisogno di maggiore intellegibilità, pur mantenendo un livello di raffinatezza e di gioco allusivo elevato. Sul piano dei contenuti, invece, una maggiore apertura al mondo. Vedo troppi poeti ripiegati su sé stessi. E va bene l’intimismo, per carità, ma dove sono finiti i poeti civili? “L’atto poetico è un atto di ribellione”, come diceva Hartnett, che infatti era irlandese, mica italiano!
Perché i poeti non hanno il giusto riconoscimento e sono visti come perditempo, sognatori, figure inutili, disadattati… E’ solo una questione di mercato o è anche un fatto culturale?
La poesia è nata come forma letteraria aristocratica e per molti versi lo è rimasta. Il romanzo è la forma letteraria borghese per eccellenza e noi viviamo in una società borghese, ancora (anzi, oggi più che mai) preda dell’utilitarismo. Quindi direi proprio che l’emarginazione dei poeti è un fatto innanzitutto culturale.
Che impatto avrà l’IA sulla scrittura poetica? La poesia resterà “umana”?
Non so come si evolverà l’IA, ma sarà difficile che un tecnologico demiurgo riesca a infondergli l’anima, quindi credo proprio che la poesia e la letteratura in generale resteranno un affare dell’homo sapiens sapiens.
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