Perché scriviamo? Oggi risponde Gianni Fabiano


Nell'attuale asfittico panorama culturale, in cui tutti scrivono libri e nessuno li legge, che ruolo ha lo scrittore? Quale scrittura ci può aiutare a uscire da tutta la sofferenza di questa stretta epocale?
    Lo scrittore oggi dovrebbe avere qualcosa da dire in merito alle nostre condizioni difficili di vita, sapendo proporre con la sua scrittura delle alternative, delle visioni altre, una luce verso qualcosa di raggiungibile da tutti, per il bene di tutti. A scrivere solo storie autoreferenziali, in negativo, decadenti, non ci fa così bene. Abbiamo bisogno di storie ispirate da un’idea, qualcosa che ci indichi una via d’uscita da questo torpore, e ci aiuti a diventare individui migliori per una vita più bella e sana. Personalmente cerco questo in una storia, in una poesia, nell’arte in generale. Esperienze di vita reali, non artefatte. Ravviso invece una carenza di idee, di storie nutrienti. Storie anche sofferte ma attraversabili, che riescano a infondere un po’ di fiducia, la speranza che qualcosa di buono può ancora accadere su questa terra.

L’IA soppianterà la figura dello scrittore?
    L’IA, di cui non si fa che parlare con giusta preoccupazione, è già arrivata a sostituire lo scrittore. Ci sono case editrici o premi letterari che accettano storie scritte dall’IA. Che senso ha? Siamo diventati così poveri da non aver più niente da dire? Abbiamo bisogno di tutta questa artificialità intorno a noi? Io credo ancora nell’uomo, nelle sue potenzialità, nella sua bellezza. E credo che solo così ci salveremo, con un bel salto evolutivo dentro di noi, e in avanti, non indietro. Una bella storia è fatta di carne, di emozioni, non di algoritmi. Mi spaventa molto la direzione che abbiamo preso, l’energia negativa che aleggia nell’aria è palpabile.

Perché oggi vanno così di moda il genere noir e le varie narrazioni distopiche? Se sono lo specchio dei tempi che stiamo vivendo come possiamo “rivoltare” questa tendenza con nuove visioni?
    L’attuale panorama culturale è molto povero. C’è poco confronto e tanta omologazione. Si continuano a scrivere i soliti libri di narrativa, spesso violenti, ansiogeni, sostanzialmente vuoti. Il mercato non fa che proporre le solite storie trite da anni. Una noia mortale. Bisognerebbe avere la lucidità di credere che noi umani siamo anche fatti di energie positive, di bellezza, di alti valori, credere che queste energie sono dentro di noi, sebbene oggi molto offuscate dalle nostre paure, ingigantite da troppe crisi. Siamo così alienati che non riusciamo neppure più a riconoscerlo. Io credo che dovremmo svegliarci, ma di un risveglio culturale, di natura psicologica e spirituale. L’uomo contemporaneo ha bisogno di una grande insurrezione nonviolenta di massa. Per attuarla dobbiamo capire meglio chi siamo e dove stiamo andando. Ci vogliono delle guide e delle pratiche che sappiano indicarci vie diverse, alternative a queste visioni di morte che non fanno che deprimerci e renderci esseri opachi. Oggi ci sono qua e là realtà molto interessanti, ma nascoste. Bisogna andare a cercarle con il lanternino. In generale vedo troppa rassegnazione in giro. Che bello quando le piazze si riempiono di colori e di festa, con le famiglie, i bambini. Chi ha paura delle svolte le nega, le ostracizza. Ma ha già perso in partenza.

Cosa significa per te scrivere o leggere poesia? Ha ancora un senso oggi?
    Leggo poesia da quando ho cominciato a capire che le parole hanno un incanto. Lo scoprii da ragazzo, mi colpiva quel modo di andare più o meno a capo, certe immagini, la musicalità dei versi. Una scoperta del tutto personale. E scoprii anche che scriverle mi faceva stare bene. Indipendentemente dal loro valore, certe mie invenzioni linguistiche mi affascinavano. Così cominciai a leggere quei poeti che sapevano infondermi queste emozioni, che più mi assomigliavano per così dire. Credo sia stato questo il mio processo di scrittura. Ho iniziato a scrivere di me, per me, e a ricercare anche negli altri quel tipo di immagine, quel tocco di scrittura più consono al mio.
    Se abbia ancora un senso scrivere poesie credo dipenda molto dal tipo di vita che ognuno di noi ricerca. Per quanto mi riguarda, la scrittura può essere di grande aiuto se accompagna un processo di trasformazione interiore, una ricerca personale, un far pace con se stessi. I poeti che più ammiro sono quelli che hanno tentato questo modo nuovo di intendere la poesia, come parola salvifica. Purtroppo molti di loro sono finiti male. Forse non era ancora il momento, erano troppo avanti con le intuizioni, ma con mezzi di conoscenza di sé ancora scarsi. Oggi siamo più preparati, grazie alla scoperta della psicologia del profondo e alla divulgazione delle sapienze orientali. Potenzialmente stiamo vivendo un periodo molto propizio. E la poesia può fare ancora tanto.

Chi è per te il poeta nelle nostre società ipertecniche e digitali?
    Il poeta è colui che sa annunciare un nuovo modo di vivere. È un profeta, una guida. Mi riferisco a quelle voci capaci di colpirti con un’immagine rara, che non avevi mai udito. E che sappia dirti dove andare, accompagnandoti, proprio là dove tu inconsciamente vorresti andare. Oggi, il poeta non ha un’identità ben definita. Per me è chi sa vivere la vita poeticamente, non necessariamente scrivendo poesie. È come ti fermi ad ascoltare un tramonto o un’alba, l’emozione che provi e come reagisci in quel momento. C’è chi le sente certe cose e chi no. Ma la vita è questo ascolto, questa attenzione.

Perché la poesia è poco letta? Esiste da sempre, la si tramanda nelle scuole di ogni ordine e grado, ma è quasi sempre snobbata. Cosa dovrebbe essere o diventare la poesia per fare presa su un giovane, e più in generale sulla gente?
    È esperienza abbastanza comune che un adolescente si avvicini alla poesia scrivendo i suoi primi versi e poi abbandoni tutto nel giro di qualche anno. Mi sono sempre chiesto perché. Ci sono bambini che scrivono poesie bellissime, con immagini particolari… Forse parte tutto da qui, da come recepisci l’atto poetico quando sei ancora molto giovane.
    Purtroppo la poesia è una forma che, se vissuta in modo noioso all’inizio, può respingerti. Dipende molto da che tipo di esperienza hai avuto da ragazzo. Se a scuola ti forzano a leggere testi indecifrabili, a quell’età non puoi fare altro che difenderti. Soprattutto credo che la poesia non vada imposta. Oggi a un adolescente, se gli fai leggere un testo rap (che a me non piace), comincia a imitarlo. È un fatto culturale e educativo. Se la poesia è poco letta forse è perché non ci hanno insegnato a capirla e ad apprezzarla quando eravamo bambini. Perché le poesie ce le facevano solo imparare a memoria. Parlo per me. A me nessuno ha insegnato la bellezza di un verso, come leggerlo, come scriverlo. È un peccato. Apprezzo molto il lavoro che da anni sta facendo Isabella Leardini con i suoi laboratori di poesia nelle scuole. Lei è solo un esempio.

Perché i poeti non hanno il giusto riconoscimento e sono visti come perditempo, sognatori, figure inutili, disadattati… È solo una questione di mercato o è anche un fatto culturale?
    È una vecchia storia. Da ragazzo mi dicevano che non potevo fare il poeta perché non si vive di poesia. Invece di dire che vivere di poesia è un dono, una grazia, ti segano le gambe e ti fanno credere che non serve a niente. Invece la poesia è un atto importante, direi quasi fondativo della nostra specie. Il fatto è che non ha spazi rilevanti, in tv, sui quotidiani... Lessi un giorno una bella poesia anonima sul muro di un sottopassaggio. Mi colpì molto, mi ripetevo i versi tra me e me, camminando per strada, per ricordarla…

Che impatto avrà l’IA sulla scrittura poetica? La poesia resterà “umana”?
    Il giorno che l’IA soppianterà il poeta allora saremo giunti alla fine.


Gianni Fabiano è nato a Genova, dove vive. Da molti anni è impegnato in un percorso di liberazione interiore con il movimento culturale Darsi Pace per un’umanità più relazionale e nonviolenta. Da questa esperienza ha tratto ispirazione per la sua ricerca poetica. Ha ricevuto diversi riconoscimenti in ambito letterario, tra cui il Premio Città di Mestre e il Premio Città di Castello. In continuità con la recente pubblicazione Un lungo andare cercando (La Ruota Edizioni). La sua ultima raccolta “Se non è chiedere troppo”  si è aggiudicata il Premio ChiareVoci 2025.




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