Quattro inediti di Massimo Botturi
Non so se quello che sto per scrivere farà piacere a Massimo Botturi.
Leggendo le sue poesie, mi importa relativamente che il senso o la successione semantica delle frasi siano sempre immediatamente decifrabili. Quello che mi colpisce, nella sua scrittura, è il modo in cui le immagini gemmano l’una dall'altra per analogia, il ritmo che le tiene insieme, la musicalità che attraversa i versi con apparente naturalezza e immediata cantabilità.
Nelle quattro poesie inedite che presentiamo in queste pagine questo movimento è un rimbalzare tra suono e visione, tra memoria e presente, dove il contenitore ha lo stesso peso del contenuto. Il senso non si impone in maniera didascalica, ma viene evocato per accumulo, per zampilli, per eruzioni incruente e gioiose.
La memoria non è ricostruzione ordinata, ma apparizione a volte involontaria: una foglia che cade, un rumore lontano, un gesto minimo del quotidiano diventano occasioni per un ritorno che non ha bisogno di spiegazioni, che riaffiora a galla come un sughero.
Radici evoca la genealogia, il lavoro, la povertà, il tempo storico. La nascita dell’io lirico è inserita in una scena corale, fatta di ferriere, case, stagioni, animali, dentro una scrittura evita il registro diaristico.
Un minuto punta lo sguardo sul gesto domestico, il tempo resta sospeso, diventa piega, ferro caldo, finestra aperta.
Con Elogio della poesia emerge il dialogo e il debito di Botturi con una tradizione che è insieme antica e sempre attuale. Omero, Borges il cieco che vede attraverso altri sensi: la poesia come canto, come memoria
Ho già avuto modo di scrivere della poesia di Botturi nella prefazione del suo libro più recente, La terra silenziosa, e non ho vergogna a ripetermi, perché intimamente so che i miei apprezzamenti non nascono per convenienza o piaggeria nei confronti di una persona che conosco personalmente e che fa parte del catalogo di ChiareVoci Edizioni, ma dalla soddisfazione di aver avuto l’opportunità di accogliere una voce come la sua.
La lingua di Botturi resta, anche in questi testi non addomesticata. È una lingua che sfida lo sbilanciamento sintattico, l’errore apparente. Da questo sbilanciamento nasce la sua forza, come fosse la voce dei cantanti quando sembra sull'orlo dello spezzarsi. Il senso a volte pare sfuggire, ma non l’ambientazione, non il respiro, non le suggestioni.
Mi preme mostrare questi zampilli, queste eruzioni laviche incruente e gioiose, questi rimbalzi nella memoria che risuonano come campane in lontananza. Campane che annunciano, con suoni diversi ma identico metallo sonoro, la ricorrenza di una festa, l’invito a una condivisione, l’annuncio di una perdita. Il canto non è un ornamento, ma la struttura portante delle costruzioni di Massimo Botturi.
Presentare queste quattro poesie, che in coerente continuità con la sua incoerenza lessicale sono un proseguimento della terra silenziosa, significa invitare a un ascolto, prima ancora che a una comprensione, a perdersi nel ritmo, nelle immagini, nella fiducia che la poesia sa dire anche senza spiegare.
LA MEMORIA
Fa quel rumore dei giorni un po’ piovosi
la foglia mezza buca e smangiata mentre cade.
È come se l’autunno chiamasse per la cena
e io ne ho preso quasi spavento, qui nessuno
fa spola tra la strada fino alla ferrovia;
si sente fino il vento un paese o due d’appresso
i gatti per il viale grattarsi d’unghie e noia.
Eppure, è stato più repentino, una sorpresa
un tonfo che le piume conoscono a memoria.
Son come quei ricordi che cerchi di affondare
ma loro, come sugheri, riemergono al respiro
sospinti solo d’acqua, e qualcosa da non dire.
RADICI
L’anno in cui nacqui veniva Pasqua alta
la neve si mischiava al carbone, e nelle case
l’odore della gente era povera minestra
caffè detto cicoria e vin rosso sfuso al fiasco.
Si celebrava il rito della resurrezione
mentre mio padre sfiniva alla ferriera:
come rosicchia la tarma un buon ciliegio
il tempo del lavoro più duro lo braccava
lo seppelliva poi come un osso nella terra.
L’anno in cui nacqui era già la primavera
tra gli inguini di mamma ricordo tulipani
gerani alle ringhiere di corti popolari
i gatti stiracchiati alla ghiaia dov’è calda
e l’usignolo in gola del primo mio vagito.
UN MINUTO
Ci vorrà solo un minuto, il ferro caldo
la piega tornerà un prato raso, e sarà bello
capacitarmi ancora di tanta perfezione.
Un singolo minuto per farla su una gruccia:
un poco d’aria tersa là appesa alla finestra
e attendere che Zefiro ne faccia mongolfiera.
Ci vorrà forse un minuto e vedrò in strada
la tua figura magra con la sportina piena
prima una spalla poi l’altra, per il peso
le mani nelle tasche cercando degli spicci.
Mi chiederai un minuto e un caffè
del pane bianco, e tutto puntualmente
si fredderà, intoccato, intenta come sempre
a guardare chissà cosa, nel vuoto che tu sai
pieno d’alberi inventati, di code di pavone
di nude danzatrici.
ELOGIO DELLA POESIA Aveva il cieco il potere della nube il suo sentire orecchio di cielo, voce mare ch’è femmina e portento, e sonno dopo il vino. Sapeva bene il cieco le vie di lame e sangue le mele più proibite dell’albero di Dio le rose che non temono il freddo e gli animali quelli feroci e quelli nel gregge. Ed ora dico dobbiamo a Borges, a Omero, il sacro amore il talamo d’ulivo finita la mattanza gli oscuri androni di Buenos Aires, la memoria il canto della cetra, la morte sopraffina. Articolo di Giuseppe Carlo Airaghi
Massimo Botturi, nato il 31 di marzo del 1960, a Rho, in provincia di Milano.
Sposato, con due figli, ha lavorato per diverse società commerciali. Appassionato di poesia, letteratura e musica; ha fatto della scrittura la propria palestra quotidiana. Ha pubblicato cinque sillogi di poesia e un ebook, a partire dal 2003. “Frutto acerbo” Otma editore Milano; “Musicalia” Liberodiscrivere editore Genova; “Scena Madre” Otma editore Milano; “Il Melograno” I Feaci editore (ebook); “Il posto delle fragole” Genesi editrice Torino; “Libera” Genesi editrice Torino; “Parole di carta” Marsilio (finalista con un racconto in prosa. Titolo “Emilia”) 2° classificato “La poesia sul marciapiede” Memorial Arcidio Baldani. Citta di Arona 29/03/2008 con il testo “Noi si fingeva il mare”. È membro del laboratorio di comunità “Leggi che ti passa” e socio dell’associazione “Fare diversamente” ente del terzo settore.
Il suo libro più recente è La terra silenziosa (ChiareVoci Edizioni)
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grazie Giuseppe, sono davvero onorato di questa ospitalità e di questa accurata e appassionata recensione. La mia gioia di scrivere ha trovato lidi maturi in ChiareVoci e nelle splendide persone che animano le tue numerose iniziative.
RispondiEliminaGrazie a te Massimo
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