Il senso di estraneità
La rubrica "Voci in dialogo" nasce come estensione dell’omonimo ciclo di incontri, organizzati da "ChiareVoci Edizioni" e "Officine letterarie Poesia 33" che si tiene mensilmente a Lainate intorno a una tema dato; uno spazio di parola condivisa, aperto, attraversabile, in cui un tema comune diventa occasione di confronto.
La rubrica accoglie alcuni degli interventi emersi in quei contesti: riflessioni, testi in prosa, appunti, poesie. Un coro imperfetto, in cui le voci non cercano di coincidere ma di confrontarsi. I testi qui presentati conservano il carattere orale di dialogo, sono tracce di un pensiero che nasce nell'incontro e continua, qui, a interrogare chi legge.
Lainate 10 dicembre 2025 – intervento di Adriano Max
Sono molto sollecitato dal termine “alieno”: ascoltato al di fuori di un contesto, spesso ci rimanda all’extraterrestre, a ciò che abita lo spazio al di fuori della biosfera. Qualcosa che sembra non appartenere al nostro pneuma. Ma altrimenti, potrebbe essere il segno di un abisso o un’apertura inaccessibile. Approssimandosi ci spaventa: ci racconterà l’inconscio di noi; più lo si avvicina, più ci dissolve e impegna. Ma se abdichiamo al controllo, il senso di estraneità si riconfigura facendo emergere l’ ignoto - da noi, dall’altro. Di tante cose l’alieno è una funzione dell’uomo, del suo spazio immaginativo.
Incontrare l’alieno è una vertigine. L’umanità viene svelata, aperta, inclusa nella più grande epifania che il contatto determina. E qui ringrazio chi mi ha permesso di parlare qui ora, perché questo parlare mi ha fatto pensare… e io adoro pensare profondamente e ascoltare chi così si esercita. Nell’incontro.
Non ho avuto occasione di leggere il libro di Silvia Giacomini presentato oggi; prima di scrivere queste poche righe ho però letto alcune sue poesie in una recensione di Elisa Malvoni, e intravisto in quell’intreccio la sensibilità dell’autrice. Mi ha fatto immaginare le memorie di tutte le vite di tutta l’umanità come un’impronta lasciata nella neve mentre ancora nevica e nevicherà, lei ne è consapevole, fino a cancellarla. Ed è così che io ho interpretato quel desiderio di un archivio interstellare di memorie delicate: istanze che comunque rimangono, nell’uscita dalle coordinate della rappresentazione che il limite poetico raggiunge.
La memoria sta nel tempo, la Poesia – forse – ne esce.
VITA
Vivo (sempre) alle soglie di templi/
in cui non posso entrare.
Perché li so impossibili/
anch’essi celebrando un’identità che non riconosco più.
L’ho percorsa e conosciuta più o meno profondamente/
nell’ora in cui mi accordo e realizzo l’α-armonia.
Demoni escono dalle trame della congettura realtà/
come fosse aria di vetro da invisibili rime percorsa.
Li so e riconosco fondamento, natura estrema/
d’umanità rimasta/ in me.
Stanze e abitanti d’esse/
stanno a loro volta ad ulteriori effimeri, diversamente
immaginari passaggi/
di nome alcuno/
tempo e spazio.
Ecco io* mi ritrovo qui/
a riconoscere che non esistiamo/
e sostenere (il (peso aereo) di) questa illusione/
che permea le relazioni, l’umanità, il nome.
Io* non esiste/
storpia avanguardia e resistenza al nulla/
ineterna abdicazione a sé è lì, già iscritta/
senza parole, senza linguaggi.
L’estrema difesa è amare tra stelle.
Intravedo in questo ulteriore/
che emerge agli occhi dello spirito/
un’alterità.
Discriminare quanto di essa è proiezione e quanto ulteriore risveglio/
è innominabile attuale compito.
(Ma) tutto questo mi sovrasta/
non mi interessa essere, ma accettare questi abissi/
portatori di deposizione.
La rinascita non è ritorno, riuscita/
piuttosto ulteriore oblio/
verso ciò che non ha memoria alcuna.

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